Un vermetto sfida il guscio più duro della dispensa. Un proverbio napoletano sulla pazienza, e su chi sa aspettare il suo momento.
di Ruggero M. Savarese
Dicett’ ’o pàppice ’nfaccia a’ noce: «Dàmme ’o tiempo ca te spertoso». Disse il verme alla noce, guardandola in faccia: dammi tempo, che ti buco. In due righe c’è una piccola scena di teatro. Da una parte la noce, chiusa nel suo guscio, sicura di sé. Dall’altra un essere minuscolo e molle, senza denti né forza, che eppure parla per primo e parla da padrone.
Le parole
Il pàppice, o pàppece, è il nome che a Napoli si dà alla larva che entra nella frutta secca, nei legumi e nel grano. Lo Schedario napoletano lo definisce una larva che si nutre di sostanze organiche e guasta gli alimenti, e propone con prudenza che il nome venga per sincope da pappatace. Chi ha aperto una noce bacata lo conosce: un vermetto bianco dentro un guscio che da fuori sembrava intatto.
’Nfaccia a vuol dire «in faccia a»: il verme non borbotta alle spalle, dichiara le sue intenzioni davanti alla vittima. Spertusà significa bucare, fare un pertuso, cioè un buco, parola che il napoletano ha in comune con il pertugio dell’italiano antico e che risale al latino pertusus, forato. Te spertoso è la prima persona: ti buco.
Pazienza o minaccia?
Il proverbio si legge in due modi, e i napoletani li usano tutti e due. Il primo è il più semplice: con il tempo e la costanza anche il più debole viene a capo dell’ostacolo più duro. Lo si dice allo studente che si scoraggia davanti al primo esame, a chi apre una bottega, a chi comincia un lavoro lungo e non ne vede la fine.
Il secondo è più scuro. Detto con il tono giusto, «dàmme ’o tiempo» diventa un avvertimento: non ho fretta, ma non dimentico. È la vendetta preparata con calma, lo sgarro restituito dopo anni. La noce, che si crede al sicuro, è il potente che sottovaluta chi gli sta intorno.
In tutti e due i casi il protagonista non è la forza ma il tempo. Il verme sa una cosa che la noce ignora: il guscio non si difende da solo, e prima o poi cede.
Parenti siciliani e antenati latini
Lo stesso dialogo si ritrova in Sicilia quasi parola per parola: «Ci dissi ’u papici ’a nuci: dammi tempu ca ti pèrciu». Anche il nome dell’animale è lo stesso, papici, segno di una parentela che attraversa il Mezzogiorno.
L’idea, del resto, è antica. Lucrezio osservava che la pioggia, cadendo sempre nello stesso punto, scava la pietra. Ovidio, dall’esilio sul Mar Nero, lo ripeteva in un verso rimasto famoso: gutta cavat lapidem, consumitur anulus usu, la goccia scava la pietra, l’anello si consuma con l’uso. La versione napoletana ha però qualcosa in più del latino. La goccia non parla, il verme sì, e parlando trasforma una legge della natura in un carattere, quasi in una maschera.
La noce in casa
In Campania la noce è di casa. La varietà di Sorrento è tra le più conosciute d’Italia, e in molte famiglie le noci ancora verdi diventano nocillo. Chi è cresciuto rompendo noci a tavola nei giorni di festa conosce la delusione del guscio perfetto con il verme dentro. È probabile che il proverbio nasca da lì, da un’esperienza di cucina più che dai libri.
Una calamita e un golfo
Questo proverbio apre la serie di calamite con proverbi napoletani di Edizioni Savarese: nel catalogo porta il codice MM001. Sulla calamita le parole sono stampate sopra una veduta del golfo nello stile delle gouache dell’Ottocento, con il Vesuvio che fuma, le barche dei pescatori e la gente sulla riva. Due modi napoletani di raccontare la città, uno con le parole e uno con i colori.
A me questo proverbio è caro anche per il mestiere che faccio. Quando preparavo la tesi sui dispacci aragonesi degli anni di Ferrante ho imparato che in archivio si lavora come il pàppice: un documento alla volta, una riga alla volta, finché il guscio non cede e la storia viene fuori. Lo stesso vale per una casa editrice, che si costruisce un libro dopo l’altro.
La calamita con il proverbio e la veduta del golfo si trova nel catalogo di Edizioni Savarese, la mia casa editrice, insieme alle altre calamite con i proverbi napoletani.
Fonti
Schedario napoletano, voci pàppece e spertusà.
Per la variante siciliana: Wikiquote, Proverbi siciliani (citato in Benvenuti e Di Rosa).
Lucrezio, De rerum natura, I, 313. Ovidio, Epistulae ex Ponto, IV, 10, 5.
Edizioni Savarese, calamita MM001 «Dicett’ o pappice ’nfaccia a noce: Dàmme o tiempo ca te spertoso».


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