Tarantella a Posillipo. Una festa popolare davanti al golfo

Gouache: sulla riva di Posillipo popolani ballano la tarantella al suono di tamburello e violino; sullo sfondo il golfo, Napoli e il Vesuvio fumante

Un pomeriggio di festa sulla riva di Posillipo, con il golfo e il Vesuvio alle spalle. Una gouache moderna della Collezione Privata Savarese, dipinta sui modelli del Grand Tour, letta da vicino.

di Ruggero M. Savarese

Sulla riva di Posillipo è festa. Sotto una casa rustica coperta di rampicanti, con i panni stesi sul terrazzo e qualcuno affacciato al balcone, un gruppo di popolani balla la tarantella. Un uomo batte il tamburello, un altro, con il cappello in testa, suona il violino. Intorno c’è chi guarda seduto sull’erba, chi chiacchiera all’ombra del muretto, chi si è appena alzato per entrare nel ballo. Davanti a tutti, quasi sul bordo del foglio, due bambini hanno cominciato una danza tutta loro, e un cagnolino bianco li segue.

Che cosa si vede

La gouache, numero 345 della nostra collezione, è un dipinto moderno che riprende un soggetto e una composizione dell’epoca d’oro del genere. È costruita come una scena di teatro. A sinistra la casa fa da quinta, con l’arco d’ingresso, il pergolato e la vite. Al centro c’è il ballo, che è il vero soggetto. A destra lo spazio si apre sul golfo: una barca di pescatori vicino alla riva, più lontano qualche vela, e dall’altra parte dell’acqua la città distesa sotto la collina, con Castel Sant’Elmo in cima. In fondo il Vesuvio, con il suo pennacchio di fumo, e accanto il profilo del Somma.

Il punto di vista è quello classico di chi guarda Napoli da Posillipo, verso oriente. È la stessa veduta che per due secoli i pittori hanno ripetuto, cambiando ogni volta il primo piano: pescatori, musici, uno sposalizio, una tarantella. Il paesaggio resta sullo sfondo, quasi una firma del luogo. La storia, in questi fogli, la raccontano le figure.

Un genere nato per i viaggiatori

La gouache è una pittura su carta con colori a tempera densi e coprenti, che asciugano in fretta e restano luminosi. A Napoli diventa un genere a sé nella seconda metà del Settecento, quando la città è una tappa obbligata del Grand Tour. Chi veniva dall’Inghilterra, dalla Germania o dalla Francia voleva portare a casa un ricordo del golfo, e la fotografia non esisteva ancora. I fogli erano leggeri, si arrotolavano o si mettevano in cartella, e viaggiavano bene.

Tra i primi a usare questa tecnica a Napoli ci fu Pietro Fabris, pittore che si diceva inglese e che lavorò a lungo per l’ambasciatore britannico Sir William Hamilton. Per i Campi Phlegraei di Hamilton, pubblicati nel 1776, Fabris dipinse cinquantotto gouache, poi incise e colorate a mano: paesaggi, crateri, sezioni di rocce vulcaniche. Era il segno che quella pittura veloce poteva servire anche alla scienza, non solo al ricordo.

La tarantella per i forestieri

Lo stesso Fabris dipingeva grandi vedute del golfo con, in primo piano, contadini che mangiano, bevono e ballano la tarantella. Erano scene che piacevano molto ai visitatori, perché confermavano un’idea di Napoli che i forestieri si portavano già in valigia: un popolo povero ma allegro, che vive all’aperto, canta e balla sotto il sole davanti al paesaggio più bello d’Europa.

La nostra gouache riprende questa tradizione, e il modello che ripete va letto con la stessa cautela. Nessuno qui lavora, se non forse i pescatori sulla barca. Gli abiti sono puliti e colorati, la casa è pittoresca, il mare è calmo. È una Posillipo vera nei luoghi e idealizzata nella vita. Per uno storico questo non toglie valore al foglio, anzi: è un documento di come Napoli veniva guardata e di come, per vendere a chi la guardava, sceglieva di mostrarsi.

Un originale di oggi su un modello antico

Questa Tarantella non è un foglio del Settecento e non è una stampa. È un originale dipinto a mano tra il Novecento e il Duemila, con la stessa tecnica delle gouache antiche, da un pittore che riprende soggetti e composizioni dei suoi predecessori. Già allora, del resto, le botteghe napoletane ripetevano con varianti i temi più richiesti, spesso senza firma: nella nostra collezione c’è un’altra gouache con lo stesso titolo, Tarantella a Posillipo. Che a Napoli ci siano ancora mani capaci di dipingere così dice che questa pittura è sopravvissuta alla sua epoca e ai viaggiatori per cui era nata.

Una collezione di famiglia

Questa gouache fa parte di una raccolta di oltre seicento gouache originali, dipinte a mano in tempi moderni sui modelli antichi, che la mia famiglia conserva. L’ha cominciata negli anni Novanta mio padre, Ciro Savarese, editore, che nel 1990 aveva fondato Savarese Editore, la casa da cui è nata Edizioni Savarese. Era un uomo di cultura e di storia, amava l’arte e l’antiquariato, e per molti anni ha animato la vita culturale di Napoli. Oggi non c’è più. Questa rubrica, che ogni mese sceglie un’opera della collezione e la guarda da vicino, è anche un modo per continuare a dialogare con lui attraverso le cose che ha raccolto.

Queste immagini hanno avuto una fortuna larga. Da oltre un quarto di secolo Edizioni Savarese realizza per la maison E. Marinella il suo calendario artistico, illustrato ogni anno con le gouache della collezione. Proprio questa diffusione ha avuto un rovescio: gran parte delle gouache napoletane riprodotte che oggi si vendono sulle bancarelle, dagli antiquari e nei negozi di napoletanistica sono copie non autorizzate delle nostre.

La scheda della gouache è nel catalogo di Edizioni Savarese, la mia casa editrice, insieme alle altre gouache originali della collezione. Di ciascuna si possono ordinare riproduzioni in qualsiasi formato.

Fonti

Collezione Privata Savarese, gouache n. 345, Napoli, Tarantella a Posillipo, scheda G024 su edisa.it.

Su Pietro Fabris: biografia dell’artista a cura della galleria Richard Green, Londra.

William Hamilton, Campi Phlegraei. Observations on the Volcanos of the Two Sicilies, Napoli 1776, con tavole di Pietro Fabris.

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