Ad instar oratorum

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Due dita tese, due ripiegate, il pollice libero: è il gesto con cui gli oratori antichi prendevano la parola. È diventato il segno di questo magazine, ed è anche il mio.

di Ruggero M. Savarese

Una sera a Ipata, in Tessaglia, durante una cena tra amici, un uomo di nome Telifrone viene pregato di raccontare la sua storia. Esita, poi cede. Si solleva sul divano, tende il braccio destro e atteggia la mano «ad instar oratorum», come fanno gli oratori: piega le due dita più basse contro il palmo, distende le altre e alza appena il pollice. Solo allora comincia a parlare.

La scena è nelle Metamorfosi di Apuleio, scritte nel II secolo dopo Cristo, al secondo libro. Apuleio non spiega quel gesto, perché i suoi lettori non ne avevano bisogno: lo vedevano ogni giorno nei tribunali, nelle piazze, nelle scuole di retorica. Era il segno di chi chiede attenzione perché sta per dire qualcosa. È la mano che il Bando di Napoli ha scelto come proprio segno.

Le mani che parlano

Gli antichi davano alle mani un’importanza che oggi ci sorprende. Quintiliano, il grande maestro di retorica del I secolo, dedica alla gestualità una parte dell’undicesimo libro della sua Institutio oratoria e passa in rassegna le posizioni delle dita una per una, indicando quale si addice all’inizio del discorso, quale al racconto, quale all’accusa. Secondo lui le mani dell’oratore quasi parlano da sole.

Non tutti i gesti avevano lo stesso valore. L’indice teso da solo, spiega Quintiliano, serve a indicare e ad accusare, e per questo si chiama indice. La mano descritta da Apuleio dice un’altra cosa: non accusa nessuno e non comanda, annuncia. È il gesto di chi apre un discorso e chiede a chi ascolta di fare silenzio.

Anche le statue lo ricordano. L’Augusto di Prima Porta, oggi ai Musei Vaticani, è ritratto con il braccio destro alzato nel gesto che i Romani chiamavano adlocutio, il discorso del comandante ai soldati. Prima delle parole veniva la mano: era lei a dire alla folla che qualcuno stava per parlare e che valeva la pena ascoltarlo.

Dal foro alle chiese

Quel gesto non è scomparso con il mondo romano. Gli artisti cristiani lo presero in prestito per mostrare Cristo e i santi nell’atto di insegnare e annunciare, e per secoli lo hanno dipinto nelle absidi e nelle icone. Col tempo, in Occidente, la stessa mano con il pollice, l’indice e il medio distesi divenne il segno della benedizione, quella che ancora oggi chiamiamo benedizione latina, e le tre dita tese furono lette come un simbolo della Trinità.

Chi entra in una chiesa napoletana la ritrova ovunque, nelle mani dei santi dipinti e scolpiti. Ma il gesto è più antico della benedizione: prima di benedire, quella mano parlava. Ed è questo il senso in cui la usiamo noi. Il Bando non benedice nessuno e non pretende di insegnare. Prende la parola e chiede un momento di attenzione per raccontare.

Una mano per il banditore

Il nome di questo magazine viene dal bando, l’ordine dell’autorità che il banditore gridava nelle piazze di Napoli dopo uno squillo di tromba. Prima della lettura c’era sempre un segnale: la tromba, la voce alzata, la mano sollevata per fermare la folla. Cercando un segno per il Bando volevamo esattamente quel momento, l’istante prima che la notizia venga detta.

A Napoli quel momento si ripeteva di continuo. Il banditore si fermava al Mercato, ai crocevia, nei «luoghi soliti» fissati dall’uso, leggeva il suo foglio e ripartiva verso la tappa successiva. Chi passava di lì si voltava, tendeva l’orecchio, a volte protestava. Nel 1647 fu proprio un ordine reso pubblico, la gabella sulla frutta, ad accendere la rivolta di Masaniello. Il bando era una voce che poteva cambiare la giornata di una città, e talvolta la sua storia.

Per questo non abbiamo scelto una tromba o un foglio arrotolato, che sarebbero stati illustrazioni, ma una mano. Una mano è riconoscibile anche piccola, nella scheda di un browser o sullo schermo di un telefono, e non ha bisogno di traduzione. Ed è un segno umano: dietro ogni bando c’era una persona che parlava ad altre persone.

Un gesto che faccio senza saperlo

C’è poi una ragione che riguarda me. Quando ho visto per la prima volta questa mano disegnata, ho riconosciuto un gesto mio. Da sempre, senza averlo mai deciso, quando prendo la parola in un convegno, in una riunione o in qualsiasi occasione pubblica, alzo la mano in un gesto quasi identico, con le tre dita appena più piegate, prima ancora della prima frase. Non l’ho imparato da Quintiliano. Mi viene naturale, come a Telifrone su quel divano di Ipata.

Scoprire che quel gesto ha alle spalle duemila anni di oratori, di predicatori e di pittori mi ha fatto un certo effetto. Mi è sembrato il segno giusto per un magazine che vuole fare, con i documenti, quello che io provo a fare quando parlo in pubblico: chiedere un attimo di silenzio e poi raccontare.

Com’è fatto il segno

La mano è disegnata come un’incisione antica, con il tratteggio delle vecchie stampe, chiara su un fondo blu notte e chiusa in un cerchio d’oro. Il cerchio richiama i sigilli che chiudevano e garantivano i documenti, perché il nostro motto è «Storia e Cultura Napoletana, dalle Fonti». I colori, il blu, l’avorio e l’oro, sono quelli di tutto il Bando, dalla testata alle pagine.

Accanto alla mano c’è il nome, IL BANDO, e sotto, sempre ben leggibile, di Napoli. Non è un dettaglio: esistono altri Bandi in Italia, e il nostro appartiene a questa città, alle sue piazze e ai suoi archivi.

Da editore so che un marchio vale poco se dietro non c’è un lavoro costante. La mano alzata è una promessa: ogni volta che la vedrete, ci sarà qualcosa da raccontare, e sarà raccontato a partire dalle fonti. Chi vuole intanto leggere altre storie di Napoli trova i libri della mia casa editrice nel catalogo di Edizioni Savarese.

Fonti

Apuleio, Metamorfosi, II 21 (il gesto di Telifrone «ad instar oratorum»).

Quintiliano, Institutio oratoria, XI 3 (la gestualità delle mani e delle dita).

G. Ammannati, Due note testuali ad Apuleio: Met. 2, 21 e 3, 2, «Rivista di filologia e di istruzione classica», 145 (2017), pp. 405-412.

D. Morris, In posa. L’arte e il linguaggio del corpo, Monza, Johan & Levi (capitolo «Benedizioni»).

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