Frankenstein è nato a Napoli. Mary Shelley in Riviera di Chiaia

Frankenstein del 1831: la creatura e Victor Frankenstein con una torcia

Nell’edizione del 1831 Victor Frankenstein dice di essere nato a Napoli. Nel 1818 non lo diceva. In mezzo ci sono tre mesi che Mary Shelley passò in Riviera di Chiaia.

di Ruggero M. Savarese

Il 1° dicembre 1818 una carrozza proveniente da Roma entra a Napoli. Dentro ci sono Mary Shelley, la sorellastra Claire Clairmont e i domestici; Percy Bysshe Shelley li ha preceduti di qualche giorno per cercare casa. Mary ha ventun anni, ha appena perso una figlia, Clara, morta a Venezia in settembre, e da undici mesi è l’autrice, ancora anonima, di un romanzo che si intitola Frankenstein, o il moderno Prometeo.

In questi giorni di zucche e di maschere, il mostro di Frankenstein torna in ogni vetrina. Pochi sanno che il suo creatore, lo scienziato Victor Frankenstein, a un certo punto della sua storia editoriale è diventato napoletano. Non di sangue, ma di nascita.

Una riga aggiunta tredici anni dopo

Nella prima edizione, uscita a Londra il 1° gennaio 1818, Victor si presenta così: «Sono ginevrino di nascita». Di Napoli non c’è traccia. Nel 1831 Mary Shelley rivede il romanzo per una nuova edizione, e nel primo capitolo aggiunge un viaggio dei genitori in Italia e una frase che prima non c’era: «Io, il loro primo figlio, nacqui a Napoli, e da bambino li seguii nei loro vagabondaggi».

La cronologia parla da sola. Quando scrive il romanzo, fra il 1816 e il 1817, Mary non ha mai visto l’Italia. Quando lo riscrive, Napoli l’ha vissuta, e ci ha lasciato un pezzo di sé. Gli studiosi discutono sul perché di quella riga: c’è chi pensa a un equilibrio fra le parti del libro, c’è chi ci legge il ricordo del viaggio. Io propendo per la seconda ipotesi, e vi spiego perché.

Tre mesi in Riviera di Chiaia

Gli Shelley prendono alloggio al numero 250 della Riviera di Chiaia, la strada più elegante della città, con la vista sul golfo e i giardini reali, l’attuale Villa Comunale, a pochi passi. Restano fino al 28 febbraio 1819. Sono tre mesi fitti di escursioni, annotate giorno per giorno nel diario di Mary e nelle lettere di Percy: il lago d’Averno e la Solfatara di Pozzuoli, Capo Miseno, il Vesuvio salito a dorso di mulo, Pompei ed Ercolano, Caserta, e alla fine Paestum, due giorni prima della partenza.

Non è un soggiorno sereno. Percy, proprio in quel dicembre, scrive le Stanze scritte nello sconforto presso Napoli: il mare è azzurro, il sole è caldo, e lui vorrebbe sdraiarsi «come un bambino stanco» e piangere via la sua vita di affanni. Mary porta il lutto per Clara. Napoli, per tutti e due, è bellezza e malinconia nello stesso tempo.

La bambina di Napoli

C’è poi un mistero che i biografi non hanno mai sciolto. Il 27 dicembre 1818 nasce a Napoli una bambina, Elena Adelaide. Il 27 febbraio 1819, il giorno prima di partire, Percy la fa registrare come figlia sua e di Mary. Mary però, a quanto risulta, non aspettava un bambino. Chi fosse la madre non si sa: si è pensato a Claire Clairmont, a una domestica, a un’orfana napoletana che Percy avrebbe voluto adottare per consolare la moglie. Di certo la bambina restò a Napoli, affidata a persone pagate per accudirla, e morì nel giugno 1820, senza che gli Shelley fossero mai tornati a vederla.

Una nascita a Napoli, nascosta e dolorosa, e dodici anni dopo un personaggio che dichiara di essere nato a Napoli. Non ho prove che le due cose siano legate, e non le invento. Ma come storico non riesco a non metterle una accanto all’altra.

Ginevrini e svizzeri all’ombra del Vesuvio

Il padre di Victor, Alphonse, è un notabile ginevrino; la madre, Caroline Beaufort, è figlia di un mercante caduto in rovina. Due svizzeri benestanti che viaggiano in Italia e mettono al mondo il primo figlio a Napoli: per un lettore dell’epoca non c’era niente di strano. Già dal Settecento, con i primi Borbone, molti imprenditori svizzeri erano scesi a Napoli e nel Sud a fare impresa, attirati dalla manodopera abbondante e da un regno che proteggeva le sue manifatture con i dazi.

Il caso più noto è quello dei Meuricoffre, banchieri. La famiglia veniva dalla Turgovia, e il capostipite napoletano, Frédéric-Robert, arrivò da Lione nel 1760 e vi fondò la sua banca. Per un secolo e mezzo i Meuricoffre furono anche consoli svizzeri nel Regno. Erano così inseriti nella vita della città che nel 1770, quando il giovanissimo Mozart venne a Napoli con il padre, fu proprio Meuricoffre a regalare a Leopold Mozart una collezione di lave del Vesuvio, ancora prima che i due salissero sul vulcano. Leopold lo racconta in una lettera del 9 giugno.

Napoli era un crocevia di famiglie venute da tutta Europa. C’erano gli albergatori venuti dal Nord, che nell’Ottocento fecero la fortuna dei grandi alberghi per i viaggiatori, dal Corso Vittorio Emanuele a Mergellina; uno di quegli alberghi, l’Hotel Eden, esiste ancora ed è Villa Maria, fra piazza Amedeo e Parco Margherita. C’erano famiglie di origine inglese come i Winspeare, che a Napoli misero radici al punto da dare alla città un sindaco, Antonio Winspeare, nominato nel 1875. Mary Shelley non li nomina, ma il mondo che dà a Victor è proprio questo: borghesi stranieri benestanti, che si muovono fra la Svizzera e il golfo come in un unico paese.

La Sibilla e l’ultimo uomo

Napoli non entra solo in Frankenstein. Nel 1826 Mary pubblica il suo terzo romanzo, L’ultimo uomo, la storia di una pestilenza che cancella l’umanità. L’introduzione comincia così: «Visitai Napoli nell’anno 1818. L’8 dicembre di quell’anno io e il mio compagno attraversammo la baia». I due visitano l’antro della Sibilla Cumana e vi trovano foglie scritte in molte lingue, da cui l’autrice dice di aver ricavato il racconto. La data non è inventata: l’8 dicembre 1818, secondo il diario, gli Shelley erano davvero fra Miseno, l’Averno e i Campi Flegrei.

Quando Mary scrive L’ultimo uomo, Percy è morto annegato da quattro anni. Tornare con la penna a quel dicembre napoletano, al golfo e alla Sibilla, è il modo in cui ricorda l’ultima stagione serena, o quasi, della loro vita insieme.

Un vicino di casa illustre

Questa storia per me ha un sapore particolare. Abito anch’io alla Riviera di Chiaia, e ogni giorno passo davanti a quei palazzi che guardano il mare. Non so dire se il numero 250 di allora corrisponda al 250 di oggi. Ma mi piace pensare che Mary Shelley, affacciata a una di quelle finestre, abbia visto la stessa luce che vedo io la mattina, e che un po’ di quella luce sia finita nelle pagine di Frankenstein.

Buon Halloween, e alla prossima!

Chi ama Napoli vista con gli occhi dei viaggiatori stranieri trova nel catalogo di Edizioni Savarese, la mia casa editrice, le pagine napoletane di Goethe e di Andersen.

Fonti

Il testo riprende la pillola video di Ruggero M. Savarese «Frankenstein è nato a Napoli», canale YouTube Edizioni Savarese (2023). Mary Shelley, Frankenstein, testo del 1818 (edizione digitale) e testo del 1831 (Project Gutenberg), cap. I; per le varianti, l’edizione critica di Romantic Circles, nota al capitolo I. Elisabetta Marino, «I coniugi Shelley in Campania», Rivista di Scienze del Turismo, 1 (2011). Su Mozart e Meuricoffre: Mozart’s Musical Circle, King’s College London, voce «Meuricoffre, Frédéric-Robert». Su Antonio Winspeare: Comune di Napoli, i sindaci della città. Sui Meuricoffre: Mario Messina, «Svizzeri che fecero grande Napoli», RSI, 16 ottobre 2021. Mary Shelley, The Last Man (1826), introduzione; Percy Bysshe Shelley, Stanzas Written in Dejection, near Naples (1818).

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