Festa dei Morti a Palermo: «Che ti portarono i morti?»

Pupaccena, Pupo di zucchero siciliano dipinto a forma di paladino con elmo, scudo e spada

Prima che arrivassero le zucche, in Sicilia la notte tra il primo e il due novembre i defunti tornavano a casa. Non per spaventare: per portare dolci e giocattoli ai bambini.

di Ruggero M. Savarese

Palermo, la sera del primo novembre. Nelle case dove c’è un bambino si mette sotto il letto un cesto di vimini, il «cannistru», e si spegne la luce presto. Durante la notte passeranno i morti della famiglia, il nonno, la zia, e al mattino il cesto sarà pieno. Ma non dove lo si è lasciato: i morti lo nascondono, e la mattina del 2 novembre comincia la caccia per tutta la casa, dietro le tende, sopra gli armadi, sotto i divani.

Per un bambino palermitano di qualche generazione fa questa era la festa più attesa dell’anno, più del Natale. Non si chiamava commemorazione: si chiamava, e ancora si chiama, la Festa dei Morti.

Morti che non fanno paura

La cosa che colpisce chi non è siciliano è il tono. Andrea Camilleri, che quella festa l’aveva vissuta da bambino a Porto Empedocle, l’ha raccontata in una pagina di Racconti quotidiani che meglio di qualunque saggio spiega di che morti si parla: «Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento», ma parenti «tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto». La notte, racconta, i bambini non riuscivano a dormire: «Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti». E al mattino il cesto non era mai dove l’avevano lasciato, perché «i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso».

La caccia per casa era il momento più bello. «Mai più riproverò il batticuore della trovatura», scrive Camilleri, ricordando il cesto scovato sopra un armadio o dietro una porta, pieno di trenini di latta e bambole di pezza. E aggiunge un ricordo che vale più di tante spiegazioni: «Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano», e per la felicità gli venne qualche linea di febbre. Poi, pettinati e col vestito buono, i bambini andavano al camposanto a ringraziare. Per Camilleri il 2 novembre si ricambiava la visita ricevuta la notte prima: «non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine». Chi vuole leggere tutta la sua pagina la trova sul sito dell’AGI.

Che non fosse solo un ricordo letterario lo dice l’Ottocento. Giuseppe Pitrè, il grande studioso delle tradizioni popolari siciliane, descrive le anime che nella notte dei morti lasciano la loro dimora e girano per la città, e registra già allora le bambole di zucchero fuso che i defunti regalano ai piccoli. C’era anche il rovescio della medaglia: ai bambini che non volevano dormire si diceva che i morti sarebbero venuti a grattargli i piedi. «T’arraspanu i pedi», era la minaccia. Per i più capricciosi, al posto dei dolci, potevano arrivare cipolle e agli.

I pupi di zucchero e la frutta delle monache

I dolci della festa non erano quelli di ogni giorno. Il re del cesto era il «pupo di zucchero», detto anche pupaccena: una statuina di zucchero colato in uno stampo, cava e dipinta a colori vivi. Camilleri ricorda che «in genere raffigurava un bersagliere con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza»; altrove era un paladino a cavallo. Era quasi un peccato mangiarlo, e infatti i bambini lo rosicchiavano da dietro per farlo durare. Sull’origine si leggono due storie. Una lo fa nascere dagli zuccheri lavorati al tempo degli Arabi; l’altra dal 1574, quando per Enrico III di Francia si allestì un banchetto con sculture di zucchero disegnate da Sansovino. Ma quel banchetto si tenne a Venezia, non a Palermo, e nessuna delle due storie è dimostrata: il pupo di zucchero, più semplicemente, è figlio di una lunga tradizione di dolci modellati che in Sicilia ha trovato la sua festa.

Accanto ai pupi c’era la frutta di marzapane, la frutta martorana: pesche, fichi d’India, castagne di pasta di mandorle, dipinte così bene da ingannare l’occhio. Il nome viene dal monastero benedettino della Martorana, fondato alla fine del XII secolo accanto alla chiesa che Giorgio d’Antiochia, l’ammiraglio di re Ruggero II, aveva fatto costruire nel 1143. Nel 1433 Alfonso d’Aragona assegnò la chiesa alle monache, ed è da allora che tutti a Palermo la chiamano così. Sull’origine della frutta circolano solo leggende: le monache che appendono frutti finti agli alberi spogli del chiostro per una visita importante, un arcivescovo secondo alcuni, Carlo V secondo altri. Nessuna è documentata, e conviene raccontarle per quello che sono.

Nel cesto finivano poi i biscotti di sempre: i tetù, ricoperti di glassa, le ossa di morto, i rami di miele, i mustazzola di vino cotto. E per comprare tutto questo c’era la Fiera dei Morti, con le bancarelle di giocattoli e dolciumi che per giorni riempivano il centro di Palermo, e che molti palermitani ricordano ancora in via Spinuzza.

E mentre giocavano con il bottino, i bambini cantavano una filastrocca che a Palermo molti ricordano ancora:

Talè che mi misero i morti,
u pupu cu l’anchi torti,
a atta c’abballava
e u surci chi sunava.

Guarda cosa mi hanno messo i morti: il pupo con le gambe storte, la gatta che ballava e il topo che suonava.

Non che la festa siciliana fosse spensierata per tutti. Camilleri racconta di un compagno, Tatuzzo Prestìa, al quale quel 2 novembre nessuno chiese che cosa gli avessero portato i morti: lo videro «ritto e composto davanti alla tomba di suo padre», scomparso l’anno prima, con in mano il manubrio di un triciclo nuovo. È la pagina più dura del racconto, ed è anche la più vera: per quel bambino il regalo veniva davvero dal padre.

E a Napoli?

A Napoli i morti non portavano regali, ma la festa aveva anch’essa un lato dolce e un lato infantile. Il dolce è il torrone dei morti, «’o murticiello», morbido, al cioccolato e nocciole, che ancora oggi riempie le vetrine delle pasticcerie a fine ottobre e si regalava alle persone care, dalle mogli alle fidanzate. Il lato infantile era la questua: fino ai primi decenni del Novecento i bambini giravano per i vicoli con una scatolina di cartone a forma di bara, con un teschio disegnato sopra e una fessura come un salvadanaio, e chiedevano un’offerta «pe’ li muorte». Matilde Serao, sui giornali del primo Novecento, descrisse queste scatolette a migliaia per le strade della città. Due capitali dello stesso regno, due modi di fare i conti con la morte senza averne paura.

Come si è persa la strada

Camilleri aveva una data precisa per la fine: il 1943. Con i soldati americani, scrive, arrivò anche l’albero di Natale, e anno dopo anno i morti «persero la strada» che li portava nelle case dei bambini. È una lettura da scrittore, ma coglie il punto: i regali si sono spostati a dicembre, Babbo Natale ha preso il posto del nonno, e negli ultimi trent’anni Halloween ha fatto il resto. Oggi a Palermo la tradizione resiste in molte famiglie, e i pupi di zucchero si trovano ancora in pasticceria, ma per tanti bambini il 31 ottobre è la notte delle zucche e il 2 novembre un giorno qualunque.

Non è nostalgia fine a sé stessa. Quella festa insegnava ai bambini una cosa che oggi si fatica a spiegare: che chi non c’è più resta della famiglia, e che il ricordo può essere una gioia, non solo un lutto. Camilleri chiude con Montaigne, per il quale meditare sulla morte è meditare sulla libertà, perché «chi ha appreso a morire ha disimparato a servire».

Il mio cesto

Io non scrivo quasi mai post lunghi, ma la Festa dei Morti per me non è un capitolo di storia del folklore: è la mia infanzia a Palermo, quella che in un certo senso mi rende squisitamente «duosiciliano». Quando leggo Camilleri ritrovo la stessa attesa, la stessa caccia per casa la mattina del 2 novembre. E sì, quando ero bambino anche a me i morti «arraspavanu» i piedi. Per questo Halloween, con tutta la simpatia per le zucche, mi sembra una festa d’importazione che ha preso il posto di una cosa nostra, e più bella. Se avete un nipote, quest’anno provate a nascondergli un regalo e a dirgli chi glielo ha portato.

Alla prossima!

Le tradizioni del Sud sono raccontate da Edizioni Savarese, la mia casa editrice.

Fonti

Andrea Camilleri, Racconti quotidiani, Libreria dell’Orso, 2001 (poi Mondadori, 2008): citazioni brevi dal racconto sul giorno dei morti. Giuseppe Pitrè, Spettacoli e feste popolari siciliane, Palermo 1881. Maria Oliveri, «I morti di sete e quelli che t’arraspanu i piedi», Balarm, 2 novembre 2022. Valentina Frinchi, «C’era la Fiera dei Morti», Balarm, 1 novembre 2022. Sui pupi di zucchero: voce «Pupi di zucchero», Wikipedia. Sulla Martorana: voce «Chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio», Wikipedia. Su Napoli: Andrea Navarro, «Festa dei morti a Napoli, come si celebrava una volta» e «Perché a Napoli si regalava il torrone ai defunti», Napolike, ottobre 2026.

Commenti

Rispondi