Quando a Napoli le notizie si gridavano in piazza

Piazza del Mercato a Napoli durante la rivolta di Masaniello del 1647, dipinto di Micco Spadaro

Prima dei giornali c’era il bando: un banditore, una tromba, una piazza. Da qui prende il nome questo magazine.

di Ruggero M. Savarese

Immaginate una mattina qualsiasi nella Napoli del Seicento. Al Mercato, tra i banchi della frutta e del pesce, si sente uno squillo di tromba. La folla si volta: è il banditore. Si ferma, apre un foglio e legge ad alta voce, scandendo le parole, un ordine del viceré. Poi riprende il cammino verso il crocevia successivo, dove ripeterà la stessa lettura.

Il bando era questo: un atto dell’autorità reso pubblico con la voce. In una città dove la maggior parte delle persone non sapeva leggere, era l’unico modo sicuro di far arrivare una legge a tutti. E perché nessuno potesse dire di non averla sentita, il foglio veniva poi affisso nei «luoghi soliti» e il banditore attestava di aver eseguito il suo compito. Da quel momento l’ordine valeva per tutti.

Una parola che usiamo ancora

La parola viene da lontano. «Bando» risale a un termine germanico che indicava il comando di chi aveva l’autorità, e già nel Medioevo era passato a indicare il proclama pubblico. Dalla stessa radice vengono parole che usiamo ogni giorno senza pensarci. Il «bandito» era in origine chi un bando aveva cacciato dalla città, messo appunto al bando. Il «contrabbando» era ciò che si faceva contro il bando, cioè contro un divieto pubblicato. E il verbo «bandire», che oggi usiamo per un concorso, conserva lo stesso doppio senso: annunciare e allontanare.

Napoli conosceva bene entrambe le facce. Lo stesso foglio che annunciava una festa o fissava il prezzo del pane poteva mettere una taglia su un brigante o proibire di uscire armati di notte.

Bandi, prammatiche, editti

Non tutte le voci del potere erano uguali. Le prammatiche erano le leggi vere e proprie, emanate dai sovrani e dai viceré e raccolte nei secoli in grandi volumi che i giuristi napoletani consultavano ancora all’inizio dell’Ottocento. I bandi servivano a renderle note e a dare ordini pratici: il prezzo del pane, il divieto di portare armi, la chiusura di una strada per una festa. Le gride, parola più usata nel Nord, e gli editti avevano la stessa funzione.

Le gride le conosciamo tutti dalla scuola. Nel primo capitolo dei Promessi sposi Manzoni ne cita una lunga serie contro i bravi, ognuna più severa della precedente, e lascia capire al lettore perché servissero a poco: un ordine ripetuto troppe volte è un ordine che nessuno rispetta. Era un problema anche napoletano. Molte prammatiche ripetono divieti già emanati, segno che il bando arrivava in piazza ma non sempre nelle abitudini.

Quando una tassa accese una rivolta

A volte un ordine reso pubblico poteva cambiare la storia. Nel 1647 il viceré duca d’Arcos, a corto di denaro per le guerre della Spagna, impose una gabella sulla frutta, cibo quotidiano dei poveri. Il 7 luglio, proprio al Mercato, la protesta contro quella tassa diventò rivolta, e un giovane pescivendolo, Tommaso Aniello d’Amalfi detto Masaniello, ne divenne il capo. Per alcuni giorni il potere dovette trattare con la piazza.

Masaniello fu ucciso il 16 luglio, appena nove giorni dopo, ma la rivolta non finì con lui. Continuò per mesi, arrivò alla proclamazione di una repubblica e si chiuse solo nella primavera del 1648, con il ritorno degli Spagnoli. In quei mesi la piazza non si limitò ad ascoltare i bandi: li pretese. Abolire una gabella non bastava, bisognava che l’abolizione fosse gridata e affissa, perché solo allora diventava vera.

Dal banditore alla Gazzetta

Il banditore è sparito da tempo, ma la sua funzione no. Ancora oggi una legge entra in vigore solo dopo essere stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale, di regola il quindicesimo giorno successivo. I comuni affiggono i loro atti all’albo pretorio, che oggi è una pagina internet ma conserva il nome della bacheca di un tempo. E le amministrazioni che cercano un’impresa per un lavoro pubblicano ancora un «bando di gara». È lo stesso principio di allora: ciò che riguarda tutti deve poter essere conosciuto da tutti, e nessuno può dire di non averlo saputo.

Questo principio lo vedo all’opera ogni giorno. Con la mia agenzia, Pubblicazioni Gazzetta Ufficiale, curo la pubblicazione di avvisi e bandi nella Gazzetta Ufficiale, e ogni volta penso che il banditore del Seicento avrebbe capito subito il mio mestiere: cambiano la carta e la tromba, non il bisogno di far sapere.

Perché il Bando di Napoli

Questo magazine prende il nome da quella voce in piazza. Ogni mese proveremo a fare lo stesso mestiere del banditore: fermarci in un angolo della storia di Napoli, leggere ad alta voce un documento e raccontare che cosa significava per chi lo ascoltava.

Fonti

L. Giustiniani, Nuova collezione delle prammatiche del Regno di Napoli, Napoli 1803-1808.

A. Manzoni, I promessi sposi, capitolo I (le gride contro i bravi).

R. Villari, Un sogno di libertà. Napoli nel declino di un impero, 1585-1648, Milano, Mondadori, 2012.

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