Dal 29 ottobre al 29 dicembre 2026 la pelletteria Bonino apre gratuitamente la sua fabbrica napoletana a piccoli gruppi di visitatori. È l’occasione per vedere da vicino un mestiere che a Napoli ha più di quattro secoli di storia.
di Ruggero M. Savarese
Il 13 marzo 1549 l’imperatore Carlo V, che era anche re di Napoli, confermò trentacinque capitoli ai conciatori della città. Erano i «coirari dell’arte grossa», quelli che lavoravano le pelli grandi e pesanti, distinti dai colleghi dell’arte piccola. Le loro botteghe stavano vicino al Mercato, a ridosso delle mura, accanto a una porta che i napoletani chiamavano della Conceria. Si vede ancora nella pianta di Alessandro Baratta del 1670; nella mappa del duca di Noja, un secolo dopo, è già scomparsa.
Di quel mondo restano soprattutto i nomi delle strade, e un mestiere che a Napoli non si è mai interrotto. Per questo merita attenzione l’iniziativa che una pelletteria napoletana ha deciso di aprire al pubblico per due mesi: «Il senso delle mani», una visita guidata dentro la fabbrica, dove si lavora.
Dalla Conceria ai Guantai
Se i conciatori stavano al Mercato, i guantai avevano le loro strade nel cuore della città. C’erano una via dei Guantai Vecchi, fra Monteoliveto e via Medina, e una via dei Guantai Nuovi, che esiste ancora. Per secoli i guanti napoletani furono affare dei profumieri, che li vendevano profumati alla maniera arabo-granadina: un guanto, allora, era anche un oggetto da annusare. La via dei Guantai Vecchi sparì con il Risanamento e con i lavori per il rione Carità e il Palazzo delle Poste, ma il mestiere si era già spostato altrove.
La svolta arrivò nel 1804. Ferdinando IV di Borbone concesse una licenza speciale a Giovanni Loforte, un guantaio palermitano formato in Francia, e da lì nacque a Napoli una vera industria del guanto. Le botteghe si moltiplicarono fra via Foria, la Sanità, il vico Lammatari e Sant’Antonio Abate. Secondo una cronaca ottocentesca, il lavoro dava da vivere a circa 1.380 operai nelle prime fasi e a seimila donne che cucivano, ricamavano e rifinivano i guanti nelle proprie case, per una produzione stimata di trentamila dozzine l’anno. Le corporazioni, che per secoli avevano regolato questi mestieri, furono sciolte nel 1821.
Il guanto napoletano viaggiava: si esportava ovunque, anche in Inghilterra, e la città ne produceva più di Milano, Torino e Genova messe insieme. Ancora nel 1935 a Napoli si contavano 111 fabbriche e 31 negozi di guanti. Alla pelle, del resto, la città aveva dedicato perfino un istituto scientifico: la Stazione Sperimentale per l’Industria delle Pelli, fondata con regio decreto dell’8 febbraio 1885, prima in via Poggioreale e oggi a Pozzuoli. È stata proprio la Stazione a raccontare questa storia nella mostra «Glove. Percorsi e storie di guanti a Napoli», allestita all’inizio del 2025 alla Fondazione Banco di Napoli.
Una fabbrica del 1946
La pelletteria Bonino appartiene a questa tradizione più recente, quella delle aziende di famiglia nate nel dopoguerra. Le sue origini risalgono al 1946; oggi è alla terza generazione e produce borse e accessori nella propria fabbrica a Napoli. Il suo amministratore delegato, Vincenzo Bonino, ha voluto aprirla al pubblico partendo da una domanda: che cosa vuol dire davvero «fatto a mano»? La sua risposta è netta. «Il fatto a mano non è una giustificazione per le imperfezioni», dice, «è una responsabilità verso la qualità».
È una tesi che uno storico può sottoscrivere. I capitoli dei coirari del Cinquecento, come gli statuti di tutte le arti, servivano proprio a questo: a stabilire regole, controlli e responsabilità, perché un lavoro fatto a mano non fosse un lavoro fatto male.
Che cosa si vede
La visita dura novanta minuti e segue il percorso di una borsa dalla pelle grezza alla vetrina. Si comincia dal deposito dei materiali, dove si possono toccare e confrontare cuoio, nappa, vitello e pelli esotiche, e riconoscere l’odore della concia vegetale. Poi si passa al banco di taglio, dove un maestro artigiano ritaglia a mano le parti di una borsa sui cartamodelli dell’archivio aziendale, con un taglierino costruito da un tubo di rame e dalla molla di una vecchia sveglia.
Seguono le fasi che di solito nessuno vede: la scelta di fibbie e cerniere, la spaccapelli che porta la pelle allo spessore giusto, la scarnitrice che assottiglia i bordi. Nell’assemblaggio si osservano incollaggio, montaggio e cucitura, compreso il punto sellaio eseguito a mano con filo trattato con cera d’api. Sotto la guida degli artigiani i visitatori possono provare qualche gesto semplice del mestiere. La visita finisce nelle rifiniture e nella sala esposizione, con un attestato, un piccolo omaggio e un caffè.
Come partecipare
«Il senso delle mani» si svolge dal 29 ottobre al 29 dicembre 2026 nella sede Bonino di via Circonvallazione della Caserma di Cavalleria 49, a Napoli. La visita è gratuita ma si entra solo su prenotazione, in gruppi di sei persone al massimo, e si può prenotare fino a 24 ore prima. È pensata per chi lavora nella moda, per studenti e scuole, ma anche per semplici curiosi. Informazioni e prenotazioni sul sito bonino.it, a info@bonino.it o ai numeri 081 19577537 e 366 355 3668.
Conosco Vincenzo Bonino, e lo dico subito perché chi legge il Bando ha diritto di saperlo. Ma vi segnalo questa visita per un’altra ragione. Da storico passo la vita fra documenti che parlano di arti e mestieri, di capitoli, di botteghe e di strade che hanno preso il nome da chi ci lavorava, e quasi mai posso vedere quei mestieri all’opera. Qui invece si può. Se ci andate, guardate le mani del maestro al banco di taglio e pensate ai coirari del Mercato: il gesto, in fondo, è lo stesso.
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Fonti
Stazione Sperimentale per l’Industria delle Pelli, «Glove. Percorsi e storie di guanti a Napoli» e il catalogo della mostra, a cura di Carmelina Grosso (Napoli, Fondazione Banco di Napoli, 2025), con i saggi di Orazio Abbamonte e Fulvia Bacchi; Bonino, pagina dell’iniziativa «Il senso delle mani» e comunicato stampa dell’azienda (consultati il 23 ottobre 2026).


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