Gli Angioini a Napoli. Come una dinastia francese fece di Napoli la capitale di un regno

Miniatura medievale con la decapitazione di Corradino di Svevia a Napoli nel 1268.

Dalla morte di Corradino in piazza Mercato all’ultimo Angiò, Renato, cacciato da Alfonso d’Aragona. Più di centosettant’anni di re, regine, castelli e chiese che hanno disegnato la città che conosciamo.

di Ruggero M. Savarese

Napoli, 29 ottobre 1268. Nella piazza del Mercato si è radunata una grande folla. Al centro c’è un ragazzo di sedici anni, l’ultimo degli Svevi: Corrado V, che tutti chiamano Corradino. Due mesi prima, il 23 agosto, il suo esercito è stato sconfitto a Tagliacozzo, in Abruzzo. Corradino è fuggito verso il mare, a Torre Astura vicino a Nettuno, ma i signori del luogo, i Frangipane, lo hanno catturato e consegnato al vincitore, Carlo d’Angiò. Carlo lo ha fatto processare e condannare a morte. Ora la sentenza viene eseguita in pubblico, davanti ai napoletani. Il suo corpo riposa ancora oggi a pochi passi da lì, nella chiesa del Carmine.

I contemporanei rimasero colpiti. Come osserva lo storico Tommaso Indelli, per la prima volta un re, «non pago della vittoria», mandava a morte un suo pari. Con quella esecuzione in piazza Mercato comincia davvero la storia degli Angioini a Napoli, e con loro la storia di Napoli capitale.

Un conte francese chiamato dal papa

Per capire come Carlo fosse arrivato fin lì bisogna tornare indietro di qualche anno. Morto Federico II di Svevia nel 1250, e poi il figlio Corrado IV, la corona del regno di Sicilia era stata presa da Manfredi, fratellastro di Corrado. Il papa, che si considerava signore feudale del Mezzogiorno, lo scomunicò e cercò un altro re. Il primo candidato, Edmondo di Lancaster, figlio del re d’Inghilterra, non si mosse mai. Allora Urbano IV si rivolse a Carlo, conte d’Angiò, del Maine e di Provenza, fratello del re di Francia Luigi IX, il futuro san Luigi.

I patti erano chiari: Carlo doveva scendere in Italia ed eliminare Manfredi, e in cambio della corona avrebbe pagato al papa un censo di 8.000 once d’oro all’anno, più 300 cavalieri in caso di bisogno. Incoronato in San Pietro il 6 gennaio 1266, Carlo marciò su Benevento, dove il 26 febbraio Manfredi fu sconfitto e ucciso. Poco dopo il nuovo re entrò a Napoli e vi si insediò.

Da Palermo a Napoli: nasce il «regno di Napoli»

Eliminato anche Corradino, Carlo I prese una decisione che avrebbe cambiato per sempre il destino della città: trasferì la capitale da Palermo a Napoli. Il regno guardava ormai soprattutto alla parte continentale, e il suo nome cominciò a cambiare. Il «regno di Napoli» prese a poco a poco il posto del «regno di Sicilia», ma, avverte Indelli, il nuovo nome entrò nell’uso comune solo nel Trecento, quando la Sicilia si staccò definitivamente.

Il governo di Carlo fu duro. Tasse pesanti, grandi poteri ai baroni, molti dei quali erano nuove famiglie venute dalla Provenza e dall’Angiò, a cui il re concesse il «mero e misto imperio», cioè la giustizia piena sui sudditi, fino alla pena di morte. Le compagnie dei banchieri fiorentini, che avevano finanziato la spedizione contro gli Svevi, ebbero in cambio mano libera negli affari del regno. Secondo Indelli fu l’inizio di una lunga dipendenza: il Mezzogiorno esportava grano, vino, olio e noci, e comprava fuori manufatti e merci di lusso.

Il Castel Nuovo e le prime chiese angioine

Napoli capitale aveva bisogno di una reggia nuova. Nel 1279 Carlo affidò all’architetto francese Pierre de Chaule la costruzione di Castel Nuovo, quello che oggi chiamiamo Maschio Angioino, e vi portò la corte, lasciando il vecchio Castel Capuano. Lavori importanti toccarono anche le fortezze più antiche: Castel dell’Ovo e, sulla collina, il Belforte, il nucleo da cui nascerà Castel Sant’Elmo.

Il re favorì l’arrivo in città degli Ordini mendicanti e la nascita di nuove chiese, come Sant’Eligio al Mercato, proprio nella piazza di Corradino, e Sant’Agostino alla Zecca. Intanto le sue ambizioni andavano molto oltre Napoli: protettorato sulla Tunisia, Durazzo e il titolo di re d’Albania, la corona di Gerusalemme nel 1277, e una spedizione contro Costantinopoli che non partì mai. Nel 1282 la Sicilia insorse con i Vespri e si diede al re d’Aragona. Nel 1284, proprio nel golfo di Napoli, la flotta angioina fu battuta e il figlio del re, Carlo detto lo Zoppo, fu catturato. Carlo I morì a Foggia nel gennaio 1285.

Carlo II: un papa a Castel Nuovo

Carlo II restò prigioniero in Spagna fino al 1289. Fu sotto la sua pressione che nel 1294 venne eletto papa l’eremita Pietro da Morrone, Celestino V, che trasferì la curia proprio in Castel Nuovo. Per qualche mese il castello del porto fu il centro della cristianità, e fu lì che, nel dicembre di quello stesso anno, Celestino rinunciò al papato.

Il re continuò l’opera del padre e la segnò con alcuni dei monumenti più famosi della città: San Domenico Maggiore, il completamento del duomo, la cappella palatina di Santa Barbara dentro Castel Nuovo e, nel 1306, la Certosa di San Martino, che ancora oggi domina Napoli dall’alto. Fu Carlo II, distribuendo terre ai figli, a creare i rami della famiglia che si sarebbero contesi il regno: gli Angiò di Ungheria, gli Angiò-Durazzo e gli Angiò principi di Taranto.

Roberto, il «re sermone», e la corte di Giotto

Nel 1309 salì al trono il terzo figlio, Roberto, il «re da sermone» di Dante, forse per il suo zelo religioso, nutrito anche dalla moglie Sancia di Maiorca, morta clarissa e venerata come beata. Indelli lo definisce un «re di pace». Fece costruire il complesso di Santa Chiara, destinato a diventare la «necropoli» della dinastia.

È la stagione d’oro della corte napoletana. Giotto lavora in Castel Nuovo e a Santa Chiara. Petrarca viene esaminato dal re prima di essere incoronato poeta in Campidoglio. Il giovane Boccaccio vive a Napoli come agente della compagnia fiorentina dei Bardi, e nelle sue opere racconterà l’amore per Fiammetta, che lui stesso volle figlia naturale del re. Intanto Roberto è riconosciuto signore di Genova, Brescia e Firenze. Ma nel 1328 muore suo figlio Carlo, duca di Calabria, e l’erede diventa la nipote Giovanna. Quando il re muore, nel 1343, è proprio lei a fargli innalzare in Santa Chiara, dietro l’altare maggiore, il grande sepolcro scolpito dai fiorentini Giovanni e Pacio Bertini.

Giovanna I: Aversa, Avignone, Muro Lucano

Con Giovanna I, regina dal 1343, comincia la fase più tragica. Nel 1345 il marito Andrea, del ramo ungherese, viene ucciso nella reggia di Aversa. Il fratello di lui, Luigi re d’Ungheria, invade il regno nel 1347 e Giovanna fugge ad Avignone, allora sede dei papi. Torna a Napoli nel 1352, dopo che gli Ungheresi se ne sono andati tra rivolte e peste. Si risposa tre volte senza avere figli, e intanto domina la scena il fiorentino Niccolò Acciaiuoli, gran senescalco.

Il colpo finale arriva con lo scisma del 1378. Giovanna riconosce il papa di Avignone, Clemente VII, contro Urbano VI, che pure è napoletano. Urbano la depone e offre la corona a Carlo di Durazzo, suo nipote. Nel 1381 Carlo occupa Napoli e fa rinchiudere la zia nel castello di Muro Lucano, dove un anno dopo, probabilmente, la fa uccidere.

I Durazzo: Carlo III e Ladislao

Carlo III regnò poco: dovette respingere un altro pretendente, Luigi I d’Angiò, ruppe con Urbano VI e morì assassinato in Ungheria nel 1386. Il figlio Ladislao, ancora bambino, governò sotto la reggenza della madre Margherita e perse quasi tutto il regno a vantaggio di Luigi II d’Angiò. Solo nel 1399 riuscì a rientrare nella «sua» capitale, con l’appoggio di un altro papa napoletano, Bonifacio IX Tomacelli. Sposò Maria d’Enghien, vedova del principe di Taranto, e portò le sue armi fino al Lazio e all’Umbria. Morì nel 1414 senza figli. Lo ricorda il monumento altissimo che la sorella gli fece innalzare in San Giovanni a Carbonara.

Giovanna II e Renato: la fine

Il regno della sorella, Giovanna II, è per Indelli la «parabola conclusiva» della lunga stagione angioina. Nel 1415 il secondo marito, Giacomo di Borbone, fa uccidere il suo favorito Pandolfello Piscopo e la chiude in Castel Nuovo. È la nobiltà napoletana a liberarla, nel 1418. Poi il potere passa al gran senescalco Sergianni Caracciolo, assassinato nel 1432.

Giovanna cambia erede più volte. Nel 1421 adotta Alfonso d’Aragona, che si stabilisce in Castel Nuovo mentre lei si trasferisce a Castel Capuano: due corti, due castelli, presto la guerra. Poi sceglie Luigi III d’Angiò, poi di nuovo Alfonso, infine, nel 1434, Renato d’Angiò. Morta Giovanna nel 1435, Alfonso e Renato si combattono per sette anni. Nel 1442 l’Aragonese entra trionfalmente a Napoli e la dinastia angioina finisce.

Che cosa ci hanno lasciato

Di quei centosettant’anni e più restano a Napoli il Maschio Angioino, Santa Chiara, San Domenico Maggiore, San Martino, Sant’Eligio, il duomo. E resta soprattutto un nome. Prima di loro Napoli era una città importante di un regno che aveva il cuore a Palermo. Dopo di loro era la capitale, e il regno portava il suo nome.

Questa Napoli si attraversa ancora a piedi. Vi propongo una passeggiata: si parte da piazza Mercato, dove morì Corradino, con il Carmine e Sant’Eligio a due passi; si segue il mare fino a Castel Nuovo e poi si risale verso Santa Chiara, dove riposano Roberto e i suoi. In poco più di mezz’ora si cammina dentro la capitale che gli Angioini costruirono.

Chi ama le storie di Napoli trova altre letture nel catalogo di Edizioni Savarese, la casa editrice che dirigo.

Fonti

T. Indelli, Gli Angiò di Napoli, materiale didattico, Università degli Studi di Salerno, 2017, in RM Open Archive, Università di Napoli Federico II (www.rmoa.unina.it/4716). Le citazioni tra virgolette sono tratte dal testo.

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