Uno perse Palermo, l’altro lasciò l’esercito napoletano e diventò un eroe italiano. Due generali del 1860 che ancora oggi dividono chi racconta la caduta delle Due Sicilie.
di Ruggero M. Savarese
Qualche tempo fa un lettore mi ha chiesto chi fosse il generale Pianell. Immagino che pochi, oltre a lui, sappiano rispondere. Eppure Giuseppe Salvatore Pianell, palermitano, nato nel 1818, fu nell’estate del 1860 il ministro della guerra del governo costituzionale di Francesco II, l’ultimo re delle Due Sicilie, e resta uno dei generali più discussi del Risorgimento.
Perché tanto discusso? Perché la sua figura si legge in due modi opposti. Per gli unitari Pianell è uno dei protagonisti dell’unificazione. Per i neoborbonici, e per chi propone una rilettura del Risorgimento, è un traditore, un uomo che ha tramato alle spalle della Corona e della nazione napoletana e ha remato contro il regno di Francesco II.
Un generale giovane in un esercito di anziani
Per capire chi fosse bisogna partire dall’esercito in cui era cresciuto. L’esercito borbonico è stato troppo bistrattato, ma aveva i suoi difetti, e uno pesava più degli altri: era rimasto un esercito di impostazione da antico regime. Le promozioni andavano per anzianità, e così ai vertici si trovavano colonnelli e generali molto avanti negli anni.
Pianell era un’eccezione. Formato alla Nunziatella, si era distinto ed era stato ferito nelle campagne del 1848 e del 1849, prima a Palermo, poi in Calabria e in Sicilia, e ne era uscito con la croce di San Ferdinando, la medaglia d’oro e il grado di colonnello. Nell’autunno del 1859, a quarantun anni, era già maresciallo di campo, al comando delle truppe che sorvegliavano la frontiera degli Abruzzi. Molti suoi contemporanei lo consideravano il miglior generale del Mezzogiorno.
Era anche un liberale, come Carlo Filangieri, il vecchio generale che lo aveva protetto e che dopo la morte di Ferdinando II, il «re Bomba», lo aiutò a ottenere incarichi di rilievo. Fedele alla dinastia, guardava però con diffidenza all’assolutismo della Corona e alla sua chiusura verso le idee liberali.
Le dimissioni e Custoza
Quando, dopo lo sbarco dei Mille, Francesco II concesse la costituzione, Pianell, noto per le sue simpatie liberali, fu chiamato al ministero della guerra. Durò poche settimane. Poco prima che il re lasciasse Napoli, all’inizio di settembre del 1860, si dimise, scrivendogli che la sua presenza era incompatibile con gran parte di quelli che gli stavano intorno. Il generale forse migliore delle Due Sicilie, nel momento decisivo, non partecipò alla difesa del regno: non seguì l’esercito sul Volturno e andò a Parigi, dove rimase fino alla resa di Gaeta. Subito dopo chiese di entrare nell’esercito italiano, e fu accolto negli alti gradi.
Sei anni dopo, nel 1866, la terza guerra d’indipendenza si aprì con la sconfitta di Custoza. Pianell comandava una divisione. Quando il generale Giovanni Durando fu ferito, prese il comando del corpo d’armata e guidò il contrattacco che impedì agli austriaci di aggirare la linea di ritirata dell’esercito italiano. Ne uscì come un eroe di guerra, quasi un simbolo dell’unità nazionale: fu deputato di Napoli, poi senatore, e morì a Verona nel 1892. Finì così per essere odiato in certi ambienti del Sud e amato nel resto d’Italia.
Lanza, l’uomo che perse Palermo
Altrettanto controversa è la figura del generale Ferdinando Lanza, che all’inizio era stato uno dei superiori di Pianell: nel 1848 il giovane ufficiale era stato aggregato alla colonna mobile di Lanza mandata a reprimere le rivolte in Calabria. Lanza è ricordato soprattutto come l’uomo che perse Palermo.
Era un soldato di vecchia scuola, uno dei generali più esperti che l’esercito delle Due Sicilie potesse schierare. Ma nel 1860 era un uomo anziano, appesantito, con molti problemi di salute. E il suo nome era legato alla repressione dei moti del 1848.
Quando nel maggio del 1860 il re lo mandò in Sicilia a difendere Palermo, la sua posizione era difficilissima. Se fosse caduto nelle mani degli insorti, temeva di finire impiccato come nemico della nazione siciliana. E ricordava bene come erano andate le sollevazioni precedenti: l’esercito borbonico non riusciva a tenere la città, ne usciva, e solo dopo un lungo assedio otteneva qualche vittoria in campo aperto contro gli insorti.
Il 27 maggio Garibaldi entrò in città. Il 30 maggio, dopo tre giorni di combattimenti e bombardamenti, Lanza chiese un armistizio, trattato con la mediazione degli inglesi a bordo della nave Hannibal e poi prorogato. Il 6 giugno firmò la capitolazione, e il 19 giugno le ultime truppe borboniche lasciarono Palermo per Napoli.
Tradimento o prudenza?
Alcuni neoborbonici leggono la ritirata di Lanza come un tradimento, come se il generale fosse stato pagato dai piemontesi. Io non lo credo. Credo semplicemente che Lanza, da buon ufficiale, sapendo di non poter salvare né la città né il suo esercito né la propria vita, abbia deciso di riportare i suoi uomini al sicuro a Napoli.
Qui si entra però in un terreno scivoloso, più giornalistico che storico. La rilettura di quegli anni è oggi in gran parte nelle mani di giornalisti e appassionati, e molti raccontano il breve periodo delle Due Sicilie come un paese di Bengodi. Non era così. Di questi fatti si potrebbe discutere per giorni, o per anni, senza arrivare a una conclusione definitiva, anche perché ormai non è più soltanto storia: è soprattutto interpretazione. Il compito di chi fa storia è tornare ai documenti.
Alla prossima!
Chi vuole continuare a leggere la storia del Sud dalle fonti trova i titoli della mia casa editrice nel catalogo di Edizioni Savarese.
Fonti
Il testo riprende il video di Ruggero M. Savarese Lanza e Pianell, Generali Borbonici, canale YouTube Edizioni Savarese.
C. Pinto, Pianell, Giuseppe Salvatore, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 83, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2015, su treccani.it.


Rispondi