Il muro finanziere. Le mura più lunghe di Napoli, costruite contro il contrabbando

La targa del dazio ad Antignano, al Vomero

Venti chilometri dal ponte della Maddalena a Mergellina, voluti dai Borbone. Non servivano a fermare gli eserciti, ma i contrabbandieri. E non ci riuscirono.

di Ruggero M. Savarese

Oggi parliamo di un argomento davvero poco conosciuto. Sapevate che la cinta muraria più grande di Napoli, la più lunga, la più vasta, la più completa, non risale al Medioevo ma all’epoca borbonica? Parlo del muro finanziere, che non fu costruito per tenere lontani nemici e invasori, ma per arginare il contrabbando, già dilagante a Napoli nell’Ottocento.

Venti chilometri intorno alla città

Il muro finanziere era un’opera faraonica, lunga circa venti chilometri. Partiva dalla zona dell’attuale ponte della Maddalena, ai Granili, attraversava le paludi della zona orientale, saliva sul bosco di Capodimonte, arrivava al Vomero nella zona di Cappella Cangiani, scendeva ad Antignano, passava per l’attuale via delle Case Puntellate, raggiungeva Posillipo e si chiudeva sul mare di Mergellina, all’altezza di largo Sermoneta.

Non era una muraglia da assedio. Era alta in media dodici palmi, poco più di tre metri: abbastanza per costringere merci e carri a passare dalle porte, dove si pagava il dazio. Lungo il percorso c’erano posti di guardia e diciannove uffici di dogana.

Un progetto di due re

L’idea nacque sotto Ferdinando I, che affidò agli architetti Stefano Gasse e Luigi Malesci, insieme al direttore generale dei dazi, il compito di tracciare un nuovo confine intorno alla città. I lavori cominciarono nel gennaio del 1826, quando sul trono delle Due Sicilie sedeva ormai suo figlio Francesco I, e durarono più di cinque anni.

Un’opera inutile

Per quanto imponente, il muro si rivelò del tutto inutile, perché era impossibile tenere i napoletani lontani dal contrabbando. Si cominciò subito con la corruzione delle guardie e con lo scavo di cunicoli sotto la cinta. E l’opera fu presto abbandonata.

Le dogane a forma di tempio

Il muro era anche bello da vedere. Gli uffici daziari, lungo il percorso, avevano l’aspetto di piccoli templi classici. Tra i loro progettisti c’era un architetto napoletano, Stefano Gasse, lo stesso di palazzo San Giacomo, oggi sede del Comune di Napoli.

Dove vederlo oggi

Per chi vuole cercarne le tracce, nel borgo di Antignano è ancora visibile una targa con la scritta «QVI SI PAGA PER GLI REGJ CENSALI». Negli anni è stata un po’ deturpata, ma insieme ad alcuni tratti ancora visibili nella zona delle Case Puntellate è l’ultima testimonianza del muro sulla collina.

Si possono vedere anche alcuni degli antichi uffici daziari. Il dazio dei Granili, verso San Giovanni a Teduccio, oggi è in totale abbandono. Il dazio di Capodichino, in piazza Di Vittorio, è invece l’unico completamente restaurato.

Con questa pillola sul muro finanziere e sul tentativo borbonico, fallito, di fermare il contrabbando spero di avervi interessato. Alla prossima!

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Fonti

Il testo riprende la pillola video di Ruggero M. Savarese sul muro finanziere, canale YouTube Edizioni Savarese.

G. Pignatelli Spinazzola, Alla scoperta del Muro Finanziere, scheda per Siti Reali, Dipartimento di Lettere e Beni Culturali, Università della Campania «Luigi Vanvitelli», su sitireali.it.

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