«La spoglia di un coccodrillo». Il mostro del Maschio Angioino alla prova delle fonti

Napoli vista dal mare nel Quattrocento, con la flotta aragonese davanti a Castel Nuovo

Per secoli i napoletani hanno raccontato di un coccodrillo che divorava i prigionieri nei sotterranei di Castel Nuovo. Una guida del Seicento e uno studio del 2020 raccontano un’altra storia.

di Ruggero M. Savarese

Napoli, 1688. Un forestiero con in mano la guida dell’abate Pompeo Sarnelli, fresca di stampa, attraversa l’arco di Alfonso d’Aragona ed entra in Castel Nuovo. Si ferma davanti alla grande porta di bronzo, dove la guida gli fa notare una palla di cannone rimasta conficcata nel metallo senza riuscire a passarlo. Poi lo invita ad alzare gli occhi. Sopra l’architrave, dal lato interno, pende qualcosa di scuro e lungo: è, scrive Sarnelli, «la spoglia di un coccodrillo».

Quel coccodrillo è diventato una delle leggende più fortunate di Napoli. Vale la pena di metterla alla prova dei documenti, perché questa volta i documenti esistono, e uno è arrivato appena pochi anni fa.

Che cosa racconta la leggenda

Le versioni sono molte, ma la trama è sempre la stessa. Nel castello c’era una prigione sotterranea, la «fossa del miglio», dove si chiudevano i prigionieri più temuti. A un certo punto i detenuti cominciarono a sparire senza lasciare traccia. Le guardie pensarono a una fuga, finché un giorno videro un enorme coccodrillo sbucare da un’apertura verso il mare, afferrare un uomo per le gambe e trascinarlo via.

Il resto è il finale che ogni leggenda merita. L’animale sarebbe arrivato dall’Egitto, forse nascosto nella stiva di una nave. Qualcuno, in alcune versioni il re Ferdinando I d’Aragona, avrebbe deciso di farlo sparire con un’esca, una coscia di cavallo avvelenata. Ucciso il mostro, la sua pelle impagliata sarebbe stata appesa alla porta del castello, come trofeo e come avvertimento. Da allora quella prigione è per tutti la «fossa del coccodrillo».

Col tempo la storia si è arricchita. C’è chi attribuisce la bestia alla regina Giovanna, che se ne sarebbe servita per liberarsi degli amanti scomodi. È un dettaglio che non compare nelle testimonianze più antiche e che appartiene alla lunga fama nera delle due regine con quel nome, più che alla storia del castello.

Che cosa scrive Sarnelli

La testimonianza più antica che conosciamo è proprio quella della guida da cui siamo partiti. Pompeo Sarnelli, ecclesiastico pugliese che sarebbe diventato vescovo di Bisceglie, pubblicò la sua Guida de’ forestieri presso l’editore Antonio Bulifon, e la guida ebbe diverse edizioni. In quella del 1688, descrivendo l’ingresso del castello, racconta che il coccodrillo era stato «portato da uno spagnolo infin dal Nilo» e appeso per voto a un’immagine di «Nostra Signora del Buon Parto», venerata in una cappella del corpo di guardia.

È un racconto molto diverso dalla leggenda. Non ci sono prigionieri divorati, né re che tendono trappole. C’è un soldato che torna da un viaggio lontano, porta con sé una meraviglia e la offre alla Madonna, come si faceva con le stampelle, i cuori d’argento e le tavolette dipinte che ancora oggi riempiono i santuari. Nell’Europa di quei secoli i coccodrilli imbalsamati appesi nelle chiese non erano una rarità: erano doni preziosi e curiosi, segni del mondo esotico che entrava nella casa di Dio.

Il limite di Sarnelli è evidente. Scrive alla fine del Seicento e riferisce ciò che si diceva, senza indicare da dove lo sapesse. È un testimone dell’oggetto, che aveva sotto gli occhi, non della sua origine.

Il coccodrillo esiste ancora

La sorpresa è che il coccodrillo non è finito nella polvere della leggenda. L’animale impagliato si è conservato ed è stato studiato da un gruppo di ricercatori guidato da Vincenzo Caputo Barucchi, dell’Università Politecnica delle Marche. I risultati sono usciti nel 2020 su The European Zoological Journal.

Gli studiosi hanno fatto due cose. Hanno estratto il DNA antico dell’animale e lo hanno confrontato con quello dei coccodrilli viventi: si tratta di un coccodrillo del Nilo, con un patrimonio genetico uguale a quello di una popolazione che vive ancora oggi nel lago Nasser, in Egitto. Poi lo hanno datato con il radiocarbonio, e la datazione lo colloca alla fine del Medioevo. Secondo gli autori potrebbe essere il più antico animale impagliato d’Europa.

Entrambi i risultati vanno nella direzione di Sarnelli. Il coccodrillo veniva davvero dal Nilo, e il periodo in cui visse è compatibile con un dono portato da un soldato al servizio della corona, nel secolo dei re aragonesi e dei soldati spagnoli a Napoli. Gli stessi autori concludono che i loro dati sostengono il racconto dell’ex voto.

Il verdetto

Le prigioni sono vere, e la fossa sotto il castello porta ancora il nome del coccodrillo. Anche il coccodrillo è vero: è esistito, veniva dall’Egitto ed è stato appeso per secoli a Castel Nuovo. Quello che non ha alcun appoggio nei documenti è la parte più famosa della storia: nessuna fonte racconta di prigionieri divorati, di esche avvelenate o di regine crudeli.

Il nostro giudizio, quindi, è doppio. Documento per l’animale, mito per tutto il resto. La leggenda è nata probabilmente così: un oggetto enorme e inquietante, appeso sopra una porta per cui passavano soldati e prigionieri, ha chiesto una storia all’altezza della sua stranezza, e i napoletani gliel’hanno data. L’ex voto di un soldato devoto è diventato un mostro.

Da editore, questa storia mi piace per una ragione precisa. Una vecchia guida per forestieri, scritta per chi voleva solo orientarsi in città, si è rivelata più affidabile di tre secoli di racconti. Chi vuole continuare a girare Napoli con un libro in mano trova i titoli della mia casa editrice nel catalogo di Edizioni Savarese.

Fonti

P. Sarnelli, Guida de’ forestieri curiosi di vedere ed intendere le cose più notabili della regal città di Napoli e del suo amenissimo distretto, Napoli, Antonio Bulifon, 1688, p. 37 (trascrizione a cura di F. De Rosa, A. Rullo e S. Starita, Università di Napoli Federico II, 2014, su memofonte.it).

T. Fioravanti, E. Casafredda, A. Splendiani, V. Caputo Barucchi, The stuffed crocodile of «Castel Nuovo» in Naples (Italy): new insights from ancient DNA and radiocarbon, in «The European Zoological Journal», 87 (2020), pp. 452-458, doi:10.1080/24750263.2020.1800840.

Sullo stesso tema si veda anche il video di Ruggero M. Savarese Il coccodrillo del Maschio Angioino: cosa dicono davvero le fonti, canale YouTube Edizioni Savarese.

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